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martedì 21 luglio 2015

I veleni nella storia dell' uomo



Molti veleni sono stai protagonisti indiscussi della storia umana, mettendo fine in modo improvviso e silenzioso a grandi uomini e donne che occupavano posizioni di potere e comandavano imperi e grandi nazioni.

Ma che cosa è un veleno per il mondo scientifico?
Per veleno s'intende una sostanza che, se viene assunta da un organismo vivente, ha su di essa effetti dannosi che possono essere temporanei o permanenti e portare fino alla morte.
I veleni agiscono attraverso meccanismi di natura chimica, per cui non sono considerati come tali  le sostanza che hanno effetti dannosi sugli organismi viventi e che agiscono per azione meccanica (Esplosivi) o per emissione di radiazioni (Uranio..)
I veleni possono essere xenobiotici, ovvero prodotti sinteticamente dall'uomo, oppure di origine naturale. I veleni prodotti da organismi viventi sono anche chiamati tossine.

In contrapposizione ai veleni, si chiamano antidoti (oppure contravveleno), quelle sostanze in grado di contrastare l'azione del veleno.

Il concetto di veleno pur se ben definito è tuttavia strettamente dipendente dal concetto di dose. In natura potremmo considerare come veleno qualunque sostanza perché tutte possono provocare danni ad esseri viventi se assunte in quantità molto elevate, perfino l'acqua elemento fondamentale per la vita!
Per questo è stato introdotto il concetto di dose letale 50, che si indica con il simbolo LD50.

Si definisce LD50 la dose in mg di una sostanza in grado di uccidere la metà della popolazione campione, misurata in Kg, di ratti adulti esposta ad essa. Ad esempio LD50 della vipera è uguale a 6; ciò significa che servono 6 mg di veleno per chilo di topo, per uccidere la metà di una popolazione di ratti.

Definite queste basi teoriche ora possiamo addentrarci nella storia dell'umanità, indagando i veleni che hanno contribuito alla fine di grandi imperi e alla morte di personaggi importantissimi.


ARSENICO

Questa sostanza, elemento 33 della tavola periodica degli elementi, è sicuramente tra i veleni più conosciuti.
Isolato chimicamente nel 1640 viene utilizzato sotto forma di veleno nella sua forma denominata "arsenico bianco" (triossido arsenioso), detto anche volgarmente "la polvere degli eredi" per la fama di essere utilizzato per uccidere parenti ed impossessarsi dell'eredità.
La dose tossica per l'uomo è di 10-50 mg mentre la dose letale, per assunzione monodose, è di 60-120 mg.
La morte che ne consegue dall'assunzione di una quantità tale di questa sostanza è lo shock gastroenterico, ciò vuol dire che l'intestino dell'avvelenato si brucia e si consuma fino alla morte in modo lento e molto doloroso.
È considerato il veleno del "delitto perfetto" perché è inodore e insapore.

L'arsenico è notevolmente solubile in acqua e grazie a questa sua proprietà una donna, Giulia Tofana, si arricchì a dismisura producendo in larga scala un veleno a base d'arsenico disciolto in acqua chiamato "l'acqua Tofana"(1640).
Questo veleno veniva acquistato da mogli o mariti che volevano diventare vedove/i in maniera silenziosa e rapida.

In Cina, esistono manoscritti risalenti al 1000 a.C. che contengono molte ricette per produrre armi letali a base di arsenico come ad esempio gas velenosi o irritanti, utili a scopo bellico.

Anche Lucrezia Borgia si narra che avvelenasse le sue vittime utilizzando arsenico che nascondeva in un anello cavo o, secondo altri studiosi, in un ciondolo sempre cavo all'interno e contenente una polvere bianca a base d'arsenico.



CIANURO
Il cianuro è un altro veleno molto utilizzato nella storia dell'umanità. La caratteristica principale delle vittime di questo veleno è quella di emanare un forte odore di mandorla.
Questo veleno blocca il trasporto di ossigeno alle cellule, legandosi al posto dell'ossigeno stesso al ferro contenuto nell'emoglobina. Questo legame soffoca la cellula la qualche non riceve più un elemento fondamentale per il suo corretto funzionamento. Il cianuro provoca perdita di coscienza e la morte avviene spesso per arresto cardiaco.
Il cianuro fu molto utilizzato nella seconda Guerra Mondiale.
Composti derivati dal cianuro sono stati utilizzati nelle camere a gas e, inoltre, il cianuro era in dotazione agli esponenti di punta dell'esercito ma anche dei personaggi politici più in vista del terzo Reich. Lo stesso Hitler lo utilizzò per morire. Ingerì del cianuro e, dopo si suicidò con un colpo di pistola in testa.
Molti altri esponenti del Reich utilizzarono il cianuro piuttosto che essere prigionieri a vita, tra questi Eva Braum e Herman Göring.
Anche il grande matematico e crittografo britannico Alan Turing, condannato per omosessualità alla galera o alla castrazione chimica (scelse quest'ultima), decise di suicidarsi utilizzando del cianuro che iniettò in una mela che poi mangiò come Biancaneve, una delle sue fiabe preferite da bambino.


CICUTA



La cicuta (Conium maculatum) è una pianta perenne a foglia grande e con piccoli fiori bianchi che si trova fino a 1900 metri d'altitudine; cresce in ambiente roccioso e fiorisce a fine giugno-luglio.

È sicuramente il più diffuso e conosciuto veleno dell'antichità, passato alla storia grazie a Socrate il quale morì assumendo una bevanda a base di cicuta.
Anche il condottiero Cartaginese Annibale si uccise ingerendo della cicuta per evitare di essere catturato dai romani.
 Questo veleno agiste sulle sinapsi del cervello e provoca cefalee mentre, se viene ingerita una dose letale, provoca paralisi e asfissia in poche ore.



ACONITE (Aconitum napellus)

È conosciuta anche come "l'erba del diavolo" perché è bella quanto velenosa.
Il suo veleno è molto pericoloso perché può essere assorbito anche solamente per contatto, raccogliendo questa pianta e non esiste antidoto.
Nella mitologia Greca si dice che Cerbero, in cane a 3 teste custode degli inferi, avesse nella bava i semi di aconite e quando Eracle lo ha rapito per portarlo sulla Terra (la sua ultima fatica), la rabbia del cane e la sua saliva a contatto col suolo hanno fatto crescere questa pianta.
Secondo uno storico tedesco, inoltre, non sarebbe stato il morso di un'aspide ad uccidere Cleopatra ma un cocktail di droghe a base di aconito




BELLADONNA (Atropa belladonna)

Questa pianta che cresce sui muri e sui vecchi ruderi in estate e velenosa in tutte le sue parti. La parte più tossica sono le bacche, di colore simile alle ciliege e sapore dolciastro che le ha rese complici di avvelenamenti  di persone ignare del pericolo.
La belladonna agisce sul cervello e i sintomi sono molto rapidi e la morte avviene per paralisi al massimo in 2 giorni.

In epoca romana e nel Rinascimento è stata utilizzata dalle donne in cosmesi, per dare colorito al viso e per rendere le pupille dilatate e l'occhio più vistoso.
La belladonna provoca allucinazioni e per questo venne usata, soprattutto in Germania, per provocare allucinazioni nei nemici di guerra come metodo di confessione.

Sempre per le sue caratteristiche nel provocare allucinazioni, la belladonna è da sempre utilizzata nel mondo Wicca per dare la sensazione di "volo" e di viaggio a chi l'assume.

RICINA

La ricina è una proteina presente nei semi del ricino (Ricinus communis). È una potente citotossina naturale capace di provocare necrosi cellulari (morte delle cellule) bloccando l'attività di sintesi proteica dei ribosomi.
La dose letale per l'uomo e circa di 0.2 mg ma il valore è dibattuto.
La ricina è salita ad onor di cronica per il suo utilizzo nell'est Europa (Polonia,Russia, Ucraina...) per eliminare personaggi politici scomodi ed in ambito di spionaggio e controspionaggio.
Ne è un esempio la morte del dissidente bulgaro Georgi Markov che fu asssassinato a Londra nel 1979 da un uomo che si avvicinò puntandogli contro un ombrello modificato per sparare una pallottola contenente ricina.
BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA:

- 5 veleni mortali famosi


- Alcuni cenni (date, nomi...) da: Wikipedia


giovedì 2 aprile 2015

L'oro di Re Mida



Tutti conosciamo il mito narrato da Ovidio nelle "Metamorfosi" di Re Mida, il quale ottenne in dono la capacità di tramutare ogni cosa in oro con un semplice tocco perchè aveva accudito un vecchio satiro, Sileno, tutore del Dio greco Dioniso.


In realtà sotto a questo celebre mito si celano curiosità chimiche e scientifiche che rendono una spiegazione a questo avvenimento che, come spesso accade, coincide con la storia.
Per molti storici, infatti, la figura di Re Mida, si può identificare con quella di  Mita, un re dell'Anatolia occidentale alla fine dell'VIII secolo a.C.

La zona della Frigia è da sempre conosciuta come una terra ricca di giacimenti minerari tra cui miniere di stagno e di grafite.
La metallurgia in queste zone era molto diffusa e ben impiantata nella società del tempo; tra le tecniche metallurgiche più in uso ai tempi, e più all'avanguardia, vi era quella della fusione in bronzo, una lega composta da stagno e rame.

Importanti ritrovamenti archeologici fecero gridare alla grande scoperta quando venne ritrovata la tomba di un certo Mida (si scopri in seguito essere la tomba del padre di Re Mida) in cui si trovarono moltissimi oggetti di ottima fattura ma tutti di bronzo e nessuna traccia del tanto ricercato oro.
Da cosa deriva, allora, l'odierno mito?

Partiamo da una importante informazione; il bronzo è una lega ovvero un composto che si ottiene dalla combinazione di più elementi.
Non è quindi come una molecola d'acqua che è sempre e solo formata da due parti d'idrogeno ed una di ossigeno.
Il bronzo si forma mescolando tra loro stagno e rame ed altri materiali in diversa percentuale ed in base a ciò cambia di molto anche il colore.

Nell'antico territorio della Frigia vi erano moltissimi giacimenti minerari di zinco il quale molto spesso è mescolato allo stagno ed è facile confonderli.
La cosa che più ci interessa è che mescolando zinco e rame non si ottiene il bronzo ma un metallo di colore giallo molto luminoso, L'ottone, il quale può essere confuso con oro ad un occhio inesperto e distratto ma, soprattutto, si presta bene ad essere romanzato come probabilmente è avvenuto grazie ad Ovidio e al suo racconto.

A rafforzare questa tesi ci vengono in aiuto ancora una volta la storia e l'archeologia che infatti confermano, grazie a scritti e ritrovamenti di siti archeologici importanti, la presenza delle più antiche fonderie di ottone conosciute proprio nelle terre in cui un tempo regnava Mida.
Ad ulteriore conferma vi sono anche tentativi moderni da parte di un professore di metallurgia dell'università di Ankara con l'aiuto di storici locali (nel 2007), di ricostruire fedelmente una fornace primitiva dell'epoca di Mida e di caricarla con materiale minerario locale.

Essi fusero il materiale, lo fecero colare e fecero raffreddare il liquido. Il metallo, che si solidificò in lingotti, aveva uno splendido colore dorato; in questo modo avevano ottenuto l'ottone come ai tempi di Re Mida.

Non siamo in grado di sapere esattamente se questa lega simile all'oro fosse conosciuta all'epoca di Mida o se si pensasse realmente che fosse oro. Tuttavia, è molto probabile che il mito del tocco di Re Mida fosse dovuto ad anni ed anni di storie gonfiate al puro scopo di esaltare la qualità degli utensili di ottone, sicuramente più appariscenti di quelli in bronzo molto diffusi nella vicina Grecia.
Molto probabilmente Ovidio non fece altro che romanzare ulteriormente una storia sentita e risentita nelle città greche mitizzando, appunto Mida ed il suo "oro magico" dando così grande gloria all'uomo che poteva tramutare ogni cosa in.... ottone :D



lunedì 3 febbraio 2014

Specie e razza. Piccolo riassunto storico.

Il termine specie deriva dal latino "species" e significa "tipo", per cui in prima istanza possiamo dire che la specie indica i differenti "tipi" di organismi biologici.
Nel corso dei secoli la parola "specie" ha cambiato più volte di significato, ed è stato utilizzato nei modi più differenti.; ancora oggi non esiste una definizione universalmente accettata di specie.

Il primo studioso che utilizzò la parola specie, insieme a quella di genere, fu Aristotele il quale si riferiva con il termine di genere alle "comunità più elevate" mentre col termine di specie indicava le loro unità componenti.

In seguito, ai tempi di Carl Nilsson Linnaeus (1707-1778) la specie venne intesa come un gruppo di individui simili e separati da altri individui da una netta discontinuità.
Questo concetto basato sull'aspetto (concetto morfologico di specie), fu il primo tentativo di successo di questo termine che, nonostante le evidenti limitazioni, anche di carattere soggettivo, permetteva di classificare arbitrariamente gli organismi.

Il successo del concetto morfologico di specie fu favorito anche dalla classificazione binomiale introdotta da Linneo (Carl Nilsson Linnaeus) ed ancora oggi utilizzata.

La definizione di specie può avere un origine tipologica, morfologica e biologica.
Come origine tipologica della definizione di specie, s'intende l'insieme di individui riconducibili ad un modello morfologico ben definito e fondato sulle caratteristiche desunte da un individuo che è considerato l'istitutore della specie.

L'origine morfologica della specie, invece, corrisponde ad un modello morfologico (morfospecie) che tiene conto della variabilità intraspecifica desunta dall'esame del maggior numero possibile di individui anche provenienti da diversi luoghi.

L'origine biologica, invece, è definita sulla base dell'isolamento riproduttivo degli individui di una determinata popolazione; in questo caso sono state proposte tre differenti versioni della definizione:
Insieme di individui simili derivanti da una successione ininterrotta e continua di generazioni;
Gruppo di popolazioni naturali effettivamente o potenzialmente capaci di riprodursi per incrocio;
La più ampia e comprensiva comunità di individui sessuali e fertili negli incroci, aventi lo stesso pool genico.

La razza
L'origine della parola "razza" sembra derivare dal francese medioevale "haràz, haràs che significava "allevamento di cavalli" in particolare di stalloni selezionati.
Normalmente è uso utilizzare la parola razza come una coorte (termine che indica un livello di classificazione scientifica degli organismi viventi, oggi obsoleto) di popolazioni locali, che abitano differenti zone dell'area geografica di distribuzione di una specie e che differiscono tra loro per una o più caratteristiche.
Secondo alcuni, invece, indica una varietà locale fissata geneticamente, e derivante da una specie d'origine da cui differisce per cause ambientali o artificiali (es: intervento umano nella selezione dei caratteri d'interesse).
Oggi col termine razza si tende a definire gruppi di animali o piante selezionate "meccanicamente" dall'uomo per ottenere caratteri fenotipici (ovvero l'aspetto di un organismo) di un qualche interesse antropico come produrre frutta e verdura più grandi o più resistenti ai pesticidi oppure, semplicemente, incrociare animali per ottenere caratteristiche volute (un bue più forte, un cavallo più veloce, un gatto dal pelo molto folto ecc ecc...).

Razze e uomo
Il primo tentativo di classificazione della popolazione umana, basato sul colore della pelle, fu probabilmente opera degli antichi egizi di cui si trovarono alcuni ritrovamenti archeologici, come ad esempio una stele nel sud dell'Egitto e risalente al XIX secolo a.C, che testimoniarono queste distinzioni razziali.
Questa stele, infatti, avvisava le persone con color della pelle nera di non oltrepassare il confine, con la sola eccezione di chi volesse commerciare con il regno.
Qui di seguito la traduzione della stele:



"Frontiera Sud. Questo confine è stato posto nell'anno VIII del Regno di Sesostris III, Re dell'Alto e Basso Egitto, che vive da sempre e per l'eternità. L'attraversamento di questa frontiera via terra o via fiume, in barca o con mandrie, è proibito a qualsiasi nero, con la sola eccezione di coloro che desiderano oltrepassarla per vendere o acquistare in qualche magazzino"

Il greco Erodoto (V secolo a. C.) descrisse meticolosamente un gran numero di popoli con grande attenzione per i costumi e l'aspetto fisico.
Anche gli antichi Greci e Romani facevano riferimento al colore della pelle per distinguere le diverse tipologie di umani.
I greci disprezzavano qualunque straniero e li chiamavano "barbari", cioè balbettanti, perché non sapevano parlare il greco.
Mentre possiamo far risalire ad Aristotele le prime classificazione tassonomiche (IV secolo a.C.), fu il naturalista Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) a dare una prima spiegazione delle differenze fisiche tra gli africani e gli europei supponendo che queste differenze fossero una conseguenza diretta del clima.
Un maggior contributo in questo campo, si ebbe nel Settecento, quando era fiorente l'interesse per la classificazione di animali e piante e furono accumulate sufficienti conoscenze geografiche.
Fu in questo periodo che comparvero molte pubblicazioni ed elenchi di razze o varietà ad opera di persone come Linneo (= Carl Nilsson Linnaeus, 1707-1778) o dell'anatomista J.F. Blumenbach (1752-1840).
Linneo fu il primo a classificare l'uomo all'interno della specie Homo sapiens e dopo qualche anno da questa prima classificazione suddivise il genere Homo in:

  • Homo americanus 
  • Homo europeus 
  • Homo asiaticum 
  • Homo afer 


Accompagnando ogni partizione con caratteristiche identificative del gruppo.
Fu Blumbenbach, invece, il primo a classificare le varie razze umane in base al colore della pelle. Egli affermò che la specie umana è una sola, suddivisa in cinque varietà:

  • Caucasica (bianca) 
  • Mongolica (gialla) 
  • Etiopica (comprendente tutti gli africani, nera) 
  • Americana 
  • Malese (abitanti delle isole del sud Est asiatico e della parte di Oceania allora conosciuta) 

Blumbenbach riteneva che il colore originario della specie umana fosse il bianco e gli altri fossero delle varianti.
All’inizio dell’Ottocento, furono suggeriti altri sistemi per distinguere le razze umane.
L’anatomista svedese Anders Retzius (1796-1860), Si discostò dal criterio del colore della pelle, che riteneva insoddisfacente per la classificazione delle razze, ed introdusse l’indice cefalico, ovvero il rapporto tra la larghezza e la lunghezza del cranio.
Questo indice ebbe un enorme successo nell’antropologia fisica, perchè era molto semplice effettuare queste misurazioni sia in individui viventi e non (crani fossili).
Inoltre sembrava un metodo molto preciso ma, dopo la seconda guerra mondiale, ne furono riconosciute la bassa ereditarietà e la sensibilità agli effetti ambientali a breve termine, dimostrando che questo indice non era preciso come si pensasse.
Fu verso la metà del diciannovesimo secolo che le teorie relative alla superiorità ed inferiorità di alcune razze rispetto ad altre trovarono la loro espressione sistemica dividendosi in due correnti di pensiero:

  • Si tentò, in primis, di giustificare su un piano scientifico l’istituzione della schiavitù dei "negri" da parte degli Americani seguiti, in Inghilterra, dai sostenitori del movimento anti-abolizionista, tra cui il suo stesso promotore James Hunt
  • Successivamente, in Europa, comparvero le opere del conte Gobineau in Francia e di H. S. Chamberlain in Germania.
Il conte Joseph Arthur Gobineau, nel suo Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane (1853–1855) espose l’idea che la razza superiore fosse rappresentata dai tedeschi, che riteneva essere i discendenti più puri di un popolo mitico, gli ariani. Cercando la causa della decadenza delle civiltà, riteneva di averla individuata nelle mescolanze etniche, che avrebbero ridotto la vitalità della razza aumentandone la corruzione.

Negli U.S.A, l’abolizione della schiavitù fece scomparire le ideologie dei primi teorici della razza sia americani che inglesi, ma in Europa le tesi razziste di Gobineau e altri, nonostante prive di qualsiasi fondamento, riscossero un grande successo, soprattutto in Germania, dove divennero un caposaldo dell’ideologia nazista e una delle cause principali dell'olocausto della II Guerra Mondiale.
Fu in questo periodo che venne coniato il termine razzismo per indicare l’utilizzazione del concetto di razza per fini politici.

Lo sviluppo dell'idea di razzismo, trova la sua massima espressione nel XX secolo, con la combinazione di fattori quali il colonialismo, l'urbanizzazione, le spinte nazionalistiche e, soprattutto, con lo sviluppo scientifico e medico.
Infatti, si fanno sempre più frequenti i tentativi di trovare appigli scientifici in discipline come l'antropologia e la biologia che possano affermare l'origine genetica delle differenze razziali, al puro scopo di rendere la propaganda nazista ancora più potente ed in un certo qual modo giustificata.
Il mondo scientifico fu così fortemente coinvolto in questa ossessionante ricerca di giustificazioni scientifiche; alcuni furono coinvolti consapevolmente, poiché appoggiavano le ideologie naziste, altri invece, in modo del tutto inconsapevole, videro i loro lavori di ricerca manipolati al punto di diventare determinanti per l'ascesa e l'affermazione del pensiero razzista (darwinismo sociale ed eugenetica).
Le varie teorie, prese in esame e manipolate ad arte dal regime, trovarono anche forte appoggio per la creazione dello stereotipo razziale non solo dal punto di vista scientifico (concetto di razza, di specie superiore...) ma anche grazie ad una sempre maggiore distinzione del genere umano in altri ambiti, in particolare la filologia e la linguistica.
Oggi, il concetto di razza è ormai decisamente superato a causa della sua indefinibilità. Purtroppo ne rimane traccia nel linguaggio comune, retaggio di un passato nero dell'umanità.

Charles Darwin
(1809-1882)

Darwin ne "l'origine dell'uomo e la scelta in rapporto al sesso" (1871), enumerò le argomentazioni del suo tempo inerenti l'interfertilità completa (ovvero ogni essere umano può creare prole fertile con qualunque individuo appartenente a qualunque "razza").
Sfidando le credenze del suo tempo, Darwin concluse che la specie umana è probabilmente una sola, dal momento che "ogni razza confluisce gradualmente nell'altra" e che le "razze umane non sono abbastanza distinte tra loro da abitare la stessa regione geografica senza fondersi; e l'assenza di fusione offre la prova usuale e migliore della distinzione tra specie."
Darwin giustificava i problemi di classificazione, che alcuni gli fecero notare, citando dodici autori nessuno dei quali concordava sul numero di razze esistenti (variavano da 2 a 63); questo disaccordo, per Darwin, era una prova ulteriore della difficoltà sullo scoprire caratteri distintivi chiari di separazione tra le razze, poiché esse confluiscono gradualmente l'una nell'altra.
Per quanto riguarda l'origine di questa variabilità, Darwin asseriva che "non si possono spiegare in modo soddisfacente le differenze dei caratteri esteriori tra razze umane imputandole all'azione diretta delle condizioni di vita; le differenze tra le razze umane come il colore della pelle e la fisionomia sono di tipo tale che si sarebbe potuto aspettare sopravvenissero per influenza della selezione sessuale"

Franz Boas
(1858-1942)
Fu un antropologo americano tra i primi a mettere in dubbio la stabilità evolutiva delle variazioni fenotipiche quantitative e la maggior parte dei caratteri antropometrici, opponendosi in modo coraggioso al razzismo sia popolare che scientifico del suo tempo.
Egli è stato un pioniere nell'utilizzare un approccio scientifico negli studi antropologici. Inoltre, grazie alle sue ricerche, evidenziò la necessità di studiare, delle diverse popolazioni, la cultura sotto ogni suo aspetto, inclusa la religione, l'arte ed il linguaggio allo stesso modo delle caratteristiche fisiche, introducendo in questo modo un metodo che ancora oggi viene utilizzato.
Con i suoi studi giunse alla conclusione che non esiste una razza pura e che nessuna razza è superiore ad un'altra.


"Troppi studi sulle caratteristiche psichiche delle razze si basano prima di tutto sulla presunta superiorità del tipo razziale europeo e poi sull'interpretazione di ogni deviazione da questo come segno di inferiorità mentale. Quando il prognatismo dei negri viene interpretato in tal senso, senza che si sia provata una connessione biologica tra la forma delle mascelle e il funzionamento del sistema nervoso, si commette un errore paragonabile a quello di un cinese che descrivesse gli europei come mostri irsuti, il cui corpo villoso è una prova di inferiorità. Questo è un ragionamento di tipo emotivo, non scientifico."


" … Ciò nonostante , si tende a dare una base biologica a classificazioni cui si è giunti in maniera del tutto irrazionale …"


Il libro "L’uomo Primitivo" di Franz Boas può essere considerato il suo libro più popolare. Dal momento della sua comparsa divenne bersaglio preferito dei sostenitori della tesi della superiorità razziale (fu uno dei volumi che i nazisti diedero alle fiamme il 10 maggio 1943); in successive pubblicazioni che tenevano conto dei risultati delle ricerche svolte nel frattempo venne aggiornato ed i risultati definitivi confermarono le conclusioni iniziali, ovvero che non esistono correlazioni fisiche o mentali che rendano una determinata razza superiore ad un altra.


"… abbiamo dimostrato che la forma corporea non può essere stabile in senso assoluto e che le funzioni fisiologiche, mentali e sociali, dipendendo dalle condizioni esterne, sono assai variabili, tanto da non sembrare plausibile un’intima relazione tra razza e cultura."


"Non c’è alcuna differenza fondamentale tra il modo di pensare dell’uomo primitivo e quello dell’uomo civile. Né s’è mai potuto accertare uno stretto rapporto tra razza e personalità. Il concetto di tipo razziale quale si ritrova comunemente anche nella letteratura scientifica è fuorviante e richiede una nuova definizione sia logica che biologica".

La tesi iniziale di Boas fu geniale e si basava sul fatto che razza, linguaggio e cultura sono da considerarsi come delle variabili indipendenti, ovvero ad una stessa razza può corrispondere una o l'alta lingua o una o l'altra cultura.

Nonostante fosse diffuso, tra gli antropologi, il rifiuto di accettare un'interpretazione razziale della storia, questi non costituivano un gruppo compatto, né uniformi erano i loro tentativi di correggere tali aberrazioni scientifiche.
Le loro ricerche non consideravano le implicazioni socio politiche della dottrina che rifiutavano e non potevano appoggiarsi ad altri lavori poiché non vi erano rigorosi studi scientifici da cui poter trarre conclusioni da un'analisi misurata, seria ed oggettiva.
È stato necessario, quindi, attendere che il campo della genetica si sviluppasse sulla base delle leggi di Mendel, al punto da porre il problema dell'evoluzione in termini di geni, cromosomi e mutazioni (a partire dal 190-1930).

Uno dei pionieri in questo campo fu Ludwick Hirszfeld (1884-1954), nato a Varsavia e professore di microbiologia e immunologia. Fu inoltre sierologo di fama mondiale co-Organizzatore dell'accademia Polacca delle scienze.
Durante la 1° Guerra Mondiale, fu medico al seguito dell'esercito serbo. In questa occasione aveva avuto modo di verificare, mediante test sierologici, che la distribuzione dei tipi sanguigni A e B variava in modo significativo tra soldati di diversa provenienza etnica e propose un indice biochimico per distinguere le popolazioni sulla base di questi antigeni.

Per primo riconobbe che la chiave per ricostruire una storia biologica dei popoli e degli individui andava ricercata non nel confronto di tratti fisici, chiaramente influenzati dall'ambiente esterno, ma in sottili variazioni chimiche presenti nelle cellule e trasmesse alla progenie secondo rigorose leggi ereditarie.

Nel 1941, Ludwick Hirszfeld fu rinchiuso nel ghetto di Versavia assieme ad altri 400000 ebrei e lì prestò servizio come medico, organizzando, in condizioni sanitarie terribili, la prevenzione e la cura delle malattie infettive.
Nonostante ciò, migliaia di persone furono deportate, morirono di epidemie, di freddo e di fame e fu anche grazie ai suoi diari se oggi sappiamo qualcosa in più su quel terribile periodo della nostra storia.

A partire dagli anni '30, l'immunologo americano W. Boyd utilizzò le informazioni relative alle frequenze geniche del sistema ABO e degli altri gruppi sanguigni allora conosciuti (MN e P) per ricostruire la storia evolutiva della specie umana e la differenziazione delle razze.
Boyd e altri cominciarono anche a studiare gli antigeni ABO nelle mummie anche se queste ricerche incontrarono molti ostacoli e critiche a causa della possibilità di contaminazione con antigeni batterici simili e della possibile distruzione degli antigeni ABO da parte di enzimi batterici.

Il contributo di R.A.Fischer (1890-1962) allo studio teorico della struttura del sistema rh, scoperto nel 1940, e delle sue applicazione in campo evoluzionistico fu di grande stimolo per le ricerche sui gruppi sanguigni in Gran Bretagna.
Grazie al grande studioso dell'evoluzione umana mediante analisi di marcatori genetici, Arthur Mourant (1904-1994), si migliorò notevolmente la ricerca in campo della genetica di popolazioni; grazie alla sua esperienza di ematologia genetica, egli poté caratterizzare molti gruppi etnici interessanti e pubblicò, nel 1954, la prima tabulazione moderna di dati di frequenze geniche fornendone un'interpretazione evolutiva.


Luca Cavalli - Sforza
Il lavoro di Luca Cavalli - Sforza, s'inserisce in questa tipologia di ricerche.
Lavorò direttamente con Fischer, ed oggi è considerato il massimo esperto mondiale sullo studio della diversità genetica delle popolazioni e su quanto essa ci può dire sull'albero filogenetico dell'umanità.
L'originalità dei suoi studi va ricercata nel suo approccio interdisciplinare allo studio della storia dell'uomo, secondo cui la conoscenza sia dei meccanismi genetici, sia di quelli culturali, ed in special modo linguistici, consente di fornire spiegazioni convincenti dell'evoluzione del genere umano.
Egli ha utilizzato la convergenza di dati genetici, studiando il genoma di un gran numero di gruppi etnici diversi e più di cento differenti alleli, e dati acquisiti da altre scienze (archeologia, linguistica, antropologia, storia, demografia e statistica) per ricostruire un albero completo della discendenza dei popoli, nel quale geni e linguaggi vanno di pari passo, fornendo in modo evidente la prova della "co-evoluzione" genetica e culturale e riuscendo a liberare da presupposti erronei la controversa nozione di razza.

Il suo immenso lavoro si concretizzo nel 1994 in "Storia e geografia dei geni umani" (The History and Geography of human genes), la sua pubblicazione più famosa, che riporta il percorso scientifico da egli compiuto per inseguire il sogno di individuare il luogo di origine della specie umana e ricostruire le vie attraverso le quali questa ha successivamente popolato l'intero mondo.

Oggi, il concetto di razza nel mondo scientifico è confinato in ambito zootecnico ovvero quando si parla di incroci realizzati dall'uomo per determinati scopi.
Nonostante la quasi totale scomparsa dal mondo scientifico di tale definizione non bisogna abbassare la guardia anzi, è necessario divulgare i concetti scientifici a chi non è solito vivere di scienza in modo da ridurre al minimo l'ignoranza che potrebbe essere terreno fertile per chi vuole manipolare le persone a proprio vantaggio.
Solo conoscendo ed informandoci possiamo combattere il razzismo che rimane latente nella nostra società, nascondendosi nell'ignoranza e in quelle persone che vedono in questo concetto populista e falso, la possibilità di un terreno fertile di propaganda per il proprio tornaconto personale.
Sapere è potere, ricordiamolo SEMPRE!